
Continua il dibattito sulle riforme, in particolare sulla necessità di una riforma dell’attuale legge elettorale chiamata “porcellum”.
E’ pur vero che dei correttivi all’attuale legge sarebbero necessari:
Se proprio volessimo esagerare, ma non sarebbe un’esagerazione, ma semplicemente un modo per osteggiare i famosi “cambi di casacca” o anche i leggendari “voltagabbana”, bisognerebbe introdurre una modifica all’art. 67 della Costituzione “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Proprio il “senza vincolo di mandato” consente ai Parlamentari di fare quello che vogliono: creare gruppi nuovi, sostenere chi vogliono, passare da una parte all’altra della barricata, senza mantenere una coerenza con l’impegno preso con l’elettore. Una fattispecie di clausola contro i cambi parlamentari di maggioranza era già stata inserita nella legge costituzionale del 2005, legge che fu bocciata dal referendum confermativo del 2006.
Ora, ci sono quelli che vorrebbero reintrodurre la legge precedente chiamata “mattarellum” sostenendo che si dà la possibilità di scelta all’elettore di scegliere il parlamentare.
Il Mattarellum prevede l’assegnazione dei seggi per il 75% mediante l’elezione di candidati in collegi uninominali (475 per la Camera e 232 per il Senato) secondo un meccanismo maggioritario a turno unico: viene eletto parlamentare il candidato che ha riportato la maggioranza relativa dei suffragi nel collegio. Il restante 25% dei seggi viene invece assegnato con metodo tendenzialmente proporzionale, ma con meccanismi diversi tra le due Camere. A Montecitorio, accedono alla suddivisione dei seggi le liste che hanno raggiunto la soglia di sbarramento del 4%. Prima della ripartizione occorre però applicare il meccanismo dello scorporo, per cui alla lista vengono sottratti i voti ottenuti dal candidato ad essa collegato che ha vinto nel collegio. A Palazzo Madama, invece, si applica il metodo proporzionale ai gruppi di candidati perdenti collegati in una lista regionale, all’interno dei quali vengono eletti i candidati sconfitti nell’uninominale meglio piazzati, una volta verificato il numero di posti spettanti in base ai voti.
Ora, parlando con meno tecnicismi, cosa accade? Che i partiti si uniscono insieme sotto una coalizione per riuscire a prendere più voti degli altri partiti o delle altre coalizioni. Ovviamente ci sono i collegi definiti perdenti, quelli definiti incerti, e quelli definiti sicuri in base all’esito previsto per ciascuno. E quindi? I partiti facenti parte di una coalizione si spartiscono i seggi (in base al loro peso all’interno della coalizione) in modo equo tra quelli perdenti, gli incerti e quelli sicuri.
E per l’elettore? per esempio un elettore cattolico di centro-sinistra, potrebbe trovarsi nel proprio collegio come candidato della coalizione di riferimento, un rappresentante di SEL. Come anche è successo in passato, quando un elettore cattolico di centro-destra si è trovato nel collegio un rappresentante radicale.
Ricapitolando: si formano le coalizioni, si spartiscono i seggi tra sicuri/incerti/perdenti, le segreterie scelgono i candidati da mettere (che a questo punto sono 1 per coalizione/partito), l’elettore vota per la coalizione che vuole.
Ora…qualcuno mi dica ancora che questo tipo di legge consente all’elettore di scegliere chi votare!!!
E’ ovvio che un sistema di tipo proporzionale miri a riprodurre in un organo di rappresentanza le proporzioni delle diverse parti dell’elettorato. La proporzionalità può essere alterata in vari modi: riducendola si combatte la frammentazione, tendenza ben nota nei sistemi proporzionali; ciò può avvenire variando il metodo di assegnazione dei seggi, introducendo una soglia, o limitando il numero di seggi in palio in ciascuna circoscrizione.
Quindi il discorso, se proprio, può girare attorno a quei metodi per correggere e alterare la proporzionalità, cioè i premi di maggioranza, la soglia di sbarramento etc…
Il dibattito, in questi giorni, si sofferma molto su quell’aspetto dell’attuale legge che è il premio di maggioranza. Al momento il premio viene dato alla coalizione che ha preso più voti.
Qualcuno vorrebbe darlo al partito, qualcun altro tenerlo così com’è… ma ognuno si fa i conti in base ai propri interessi…il cittadino è sempre l’ultimo pensiero.
Ritengo che un sistema proporzionale, con le preferenze e con i dovuti correttivi quali premio di maggioranza e soglia di sbarramento, sia il sistema migliore. L’obiettivo , per tutti, deve essere di garantire la governabilità e la stabilità!
A quanto pare, invece, l’interesse è pensare a come vincere ed eventualmente a come perdere poco, e non come a fare bene per governare bene!
Anche in questi giorni, come spesso accade, si torna a parlare di riforme costituzionali, riguardanti in particolare gli Organi costituzionali, e cioè il Presidente della Repubblica, il Parlamento, il Governo e la Corte Costituzionale. L’elemento caratterizzante dei vari dibattiti che periodicamente ricorrono, è che l’evento si verifica spesso verso la fine della legislatura, il chè fa pensare la poca serietà delle proposte di riforma, o perlomeno la poca serietà di chi le propone.
Sono stati due i casi che, durante questi 18 anni della seconda repubblica e pur non avendo prodotto risultati per motivi diversi, hanno affrontato in tempi corretti e al di fuori di ogni sospetto il tema delle riforme: la Commissione Bicamerale D’Alema nel 1997, durante i 5 anni di governo del centro-sinistra (1996-2001), e la riforma costituzionale proposta dal centro-destra (2005). Non tengo in considerazione la riforma costituzionale del 2001 proposta e approvata dal centro-sinistra, in quanto riguardava solo il Titolo V, e cioè la parte dedicata ai Comuni, alle Province e alle regioni.
Ma andiamo con ordine e ripercorriamo alcune tappe fondamentali e facciamo quattro conti dando qualche numero:
Partiamo da quest’ultimo dato. La legge Costituzionale concernente ‘Modifiche alla Parte II della Costituzione’ approvata dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005, fu bocciata dal referendum confermativo del giugno 2006. La legge fu approvata dal centro-destra e la richiesta di referendum pervenne e fu sostenuta dal centro-sinistra nelle modalità previste. Gli argomenti della legge riguardavano:
§ Parlamento (Camere e formazione delle leggi): Fine del bicameralismo perfetto, Riduzione del numero di deputati (da 630 a 518) e senatori (da 315 a 252)
§ Presidente della Repubblica;
§ Governo (Consiglio dei ministri, Pubblica amministrazione): Aumento dei poteri del Primo Ministro, con il cosiddetto “Premierato”; Clausola contro i cambi parlamentari di maggioranza e obbligo di nuove consultazioni popolari in caso di caduta del governo
§ Magistratura (composizione del Consiglio superiore della magistratura);
§ Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato;
§ Garanzie costituzionali (composizione e ruolo della Corte costituzionale);
§ Revisione della Costituzione (ruolo del Parlamento).
Vari tentativi, condivisibili o meno, di riforma della Costituzione, come si può notare, ci sono stati.
Quello che lascia attoniti, e che fa perdere di credibilità la classe politica, è il continuo discutere senza arrivare mai a un dunque.
Analizziamo la situazione odierna.
A marzo 2013 ci saranno le elezioni politiche. Il che vuol dire che mancano 7 mesi alle elezioni.
Prima domanda: si può fare una riforma costituzionale a 7 mesi dalle elezioni? O meglio… è opportuno fare una riforma costituzionale importante a 7 mesi dalle elezioni, quando sono necessarie due votazioni in entrambe le camere a distanza di almeno 3 mesi tra le due votazioni? C’è l’estate di mezzo, ci saranno le ferie natalizie di mezzo, e presumibilmente a febbraio verranno sciolte le due Camere. Su 5 anni di legislatura, ci si riduce agli ultimi 7 mesi. E qui una grossa colpa è della maggioranza che ha governato fino a dicembre 2011… avrebbe avuto tutto il tempo necessario per varare una nuova riforma costituzionale, magari condivisa con l’opposizione evitando quindi il passaggio dal referendum.
Seconda domanda: è credibile proporre ora una nuova “Assemblea Costituente” eletta contestualmente alla Camera e al Senato nelle prossime elezioni politiche del 2013?
Terza domanda: è opportuno proporre la proroga di un anno del mandato del Presidente della Repubblica in modo che il Presidente successivo all’attuale possa essere eventualmente eletto dai cittadini? Teniamo conto che varie sono le proposte di riforma: dal Cancellierato, al Premierato, al Semi-presidenzialismo alla francese, al presidenzialismo, etc…
Quarta domanda: anche la proposta del centro-destra di semi-presindenzialismo alla francese, palesata nell’ultimo mese, è opportuna ora a 7 mesi dalla scadenza della legislatura?
A mio modestissimo parere, non è necessario creare nuovi organi costituzionali per modificare la Costituzione. Le riforme possono avvenire attraverso attraverso il normale iter legislativo costituzionale.
Il problema di fondo è che si perdono occasioni e tempo prezioso. E che l’interesse non sia il bene comune, ma il bene di una forza politica o dell’altra. Sono altresì convinto che prima della fine di questa legislatura nulla sarà avvenuto di nuovo.
Anche la riforma del sistema elettorale, se avverrà, servirà solo per cercare qualche meccanismo per garantirsi la maggiore rappresentanza in Parlamento.
La figura che questa classe politica sta facendo è da politicanti e non da politici, discussioni infinite senza mai arrivare a una soluzione. E spesso, vengono proposte nuove idee bizzarre ed eclatanti per rimescolare le carte e distogliere l’attenzione da problemi più importanti o da discussioni già iniziate.

Pisapia si è dimesso da Commissario Straordinario… la lettura ufficiale la leggiamo sui giornali.
Ci ricordiamo che fino all’anno scorso il Commissario Straordinario era solo Letizia Moratti? Ok…
La non rielezione di Letizia Moratti ha comportato una necessità di riequilibrare poteri e visibilità su Expo a livello politico dei due soci protagonisti, Comune di Milano e Regione Lombardia… il primo andato al centro-sinistra, il secondo in mano al centro-destra.
Ed ecco la suddivisione dei poteri tra Commissario Generale e Commissario Straordinario, uno con poteri più di rappresentanza internazionale, l’altro con poteri più esecutivi sui lavori…per dirla in breve.
Ora…ci ricordiamo anche le recenti richieste di dimissioni da Commissario Generale fatte a Formigoni da parte del centro-sinistra in Regione?
Ricordiamoci anche che il Presidente Formigoni ha un Sottosegretario dedicato ad Expo, mentre il Sindaco Pisapia aveva un Assessore delegato ad Expo che poi è stato “licenziato” e nuovamente “assunto” ma con poteri su Expo dedicati esclusivamente alla gestione degli eventi.
In questo momento di marasma generale su Expo, una lettura meno ufficiale e più ufficiosa, che mi sento di dare è che le dimissioni di Pisapia sono state fatte esclusivamente per rendere più vulnerabile ed attaccabile il Presidente Formigoni… basti pensare alla frase “una persona a tempo pieno”…
Pisapia non ha tutti i torti sulle preoccupazioni legate all’andamento dei lavori…anche se alla conferenza stampa di martedì 12 “Racconti di Cantiere” sembra tutto normale e in linea con i tempi.
Ma ci ricordiamo che l’a.d. Sala, in riferimento all’incontro Mondiale delle Famiglie appena avvenuto a Milano, aveva dato la disponibilità dell’area per accogliere il milione di persone previste, in quanto si pensava che i primi lavori per la risoluzione delle interferenze, sarebbero terminati in tempo per gli eventi di inizio di giugno 2012?….ma come ben sappiamo le cose non sono andate così.
Quindi…dimissioni più “politicizzate”… Ora il “celeste” è più vulnerabile, e magari dovrà anche lui rinunciare al suo ruolo di Commissario per lasciare spazio a un tecnico unico, a tempo pieno dedicato a Expo.
E sui lavori? Boh… dal sito di Expo oggi, 14 giugno, si legge che mancano 1051 giorni all’inizio dell’evento… ed ogni minimo ulteriore ritardo…e magari qualche ricorso al TAR (visto che in Italia va di moda), sicuramente comprometterebbe l’andamento dei lavori.
Non mi soffermo ora sulla possibilità che l’Expo non si svolga più cause di forza maggiore… ma un annullamento per incapacità di governance sarebbe sicuramente una figuraccia peggiore.

Mancano 1044 giorni all’evento, e già 87 Paesi più l’Onu hanno dato l’adesione all’Expo del 2015 che si terrà nella nostra Milano. Nel contempo stiamo assistendo a un rincorrersi di annunci di ogni genere, dalla più disfattista alla più strafottente. Apre la serie il Sindaco Pisapia che, durante la seduta di una commissione consiliare, ha affermato «L’Expo 2015 a Milano io non l’ho scelto, me lo sono ritrovato» , come per dire… io non avrei fatto quella scelta. Subito dietro al Sindaco si classifica l’Assessore Tabacci, che dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, ha dichiarato «È stato un gesto in parte di coraggio e in parte di sconsideratezza». Tra gli altri vincitori si collocano coloro che ipotizzano una richiesta di posticipare l’evento, così faremo l’Expo del 2016 e non del 2015… bah!
Insomma, ognuno dice la sua, ovviamente, per carità, siamo in un Paese libero, ma almeno che si colleghi il cervello prima di parlare.
Personalmente ritengo che non si debba nemmeno pensare ad un annullamento dell’evento, né tantomeno parlare di questa eventualità. Si dovrebbe solo cercare di creare unità e risolvere i vari problemi.
Si pensi a che grande figuraccia si farebbe davanti al mondo intero qualora l’evento italiano fosse annullato o posticipato solamente per incapacità di governance, solamente per opposizioni politiche, solamente perché il Sindaco Pisapia è sostenuto dai vari Comitati No Expo e quindi anche lui deve dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, “è una grande opportunità per Milano”, ma “l’Expo 2015 a Milano io non l’ho scelto, me lo sono ritrovato”.
Altro sarebbe se, in una situazione di crisi economica che colpisse il sistema creditizio, o che portasse l’Italia fuori dall’Euro, o che si avvicinasse alla situazione greca, si dirottassero gli investimenti dedicati ad Expo verso altre necessità prioritarie per il Paese.
Ma che ne sarebbero degli impegni già assunti?
Al momento 4 grandi aziende hanno deciso di investire in Expo: Telecom Italia, Cisco, Accenture ed Enel. Ovviamente non sono delle associazioni di beneficenza, e quindi, a fronte di un investimento consistente in termini economici, corrisponderà un ritorno economico in futuro. Di queste quattro società, una, Telecom Italia, ha già firmato anche il contratto.
Degli 87 Paesi che hanno dato l’adesione, la Svizzera, che è stato il primo Paese a dare l’adesione ed il primo a firmare il contratto con Expo, ha messo a bilancio circa 25 milioni di franchi svizzeri per costruire il suo padiglione e partecipare all’evento. Sempre la Confederazione Elvetica, nell’estate scorsa ha lanciato un bando per raccogliere idee e progetti su come realizzare il padiglione espositivo e quale tema (rientrante in quello più generico di Expo) affrontare. Ed infine, sempre lei, ha già scelto la taglia del suo padiglione e la collocazione centralissima.
Expo 2015 sta partecipando ad eventi internazionali in giro per il mondo per farsi conoscere e per promuovere l’evento: in questo momento, ha uno spazio presso l’Esposizione Internazionale di Yeosu 2012 – Corea del Sud che è iniziata il primo maggio e terminerà a metà agosto e sta partecipando a Rio +20 (Conferenza delle Nazioni Uniti sullo sviluppo sostenibile).
Quindi, oltre alle beghe politiche, perché è di questo che si tratta, pensiamo anche un po’ alla credibilità del nostro Paese, del nostro sistema, della nostra capacità di realizzare eventi importanti? Tra l’altro l’unico grande evento che il nostro Paese ospiterà da qui ai prossimi 10 anni…almeno!